Quando l’allievo è pronto, il maestro appare.

Nel 2006 ho iniziato a studiare la PNL, e i primi cambiamenti positivi su di me sono arrivati in fretta.

Più m’impegnavo, più ottenevo risultati; più scoprivo strumenti efficaci, più volevo continuare a imparare.

Mano a mano che il mio benessere emotivo aumentava, proporzionalmente cresceva il mio “bisogno di divulgare il mio nuovo sapere”.

Mi sentivo una specie di miracolata e volevo diffondere ciò che stavo apprendendo a chi, a mio parere, soffriva pene d’amore o viveva situazioni professionali o familiari che avrebbero potuto facilmente cambiare in meglio.

Questo encomiabile scopo umanitario mi portava a voler aiutare gli altri ad ogni costo: regalavo libri, mandavo messaggi con frasi motivanti, dispensavo costantemente “pillole di saggezza” e ogni occasione conviviale era perfetta per iniziare monologhi infiniti sul pensiero critico, visione di noi stessi dall’esterno, meta-modello del linguaggio, credenze potenzianti e depotenzianti, aspettative, valori, eccetera.

Il risultato era spesso controproducente e per me frustrante: ottenevo il contrario di ciò che mi prefiggevo.

La maggior parte delle persone alle quali mi rivolgevo, finiva per considerarmi un’invasata, una pesantona e per rifiutare il mio aiuto.

Questa reazione mi rattristava, e mi spingeva a insistere, fino quasi allo sfinimento, mio e delle mie amicizie.

Grazie allo studio, gli esercizi, le frequentazioni ai vari corsi e gli anni di pratica ho imparato ciò che considero un comandamento fondamentale:

Non puoi aiutare a cambiare chi non vuole farlo.

Da oltre 12 anni studio e pratico la Pnl e incontro continuamente persone che mi confidano di vivere situazioni causate da altri e per loro insostenibili, frustranti e si auto definiscono depressi, infelici, disperati.

Gli stessi soggetti dicono di aver provato “in ogni modo a cambiare” e si dichiarano “disposti a tutto per stare meglio”.

Ho imparato che non basta dirlo per convincersene: magari fosse così!

Decidere di lavorare seriamente su se stessi è difficile, impegnativo e estremamente sfidante, perché ci mette di fronte a chi ci conosce meglio e da più tempo, e che sa come sabotarci: ovvero il nostro cervello, dove risiedono le nostre credenze, convinzioni, percorsi mentali, strutture neuoronali, referenze interne/esterne, eccetera.

Il bello è che se decidiamo davvero di cambiare, e ci impegniamo sul serio nel farlo (e non solo nel dirlo), non possiamo più smettere: i risultati che otteniamo sono tanto sorprendenti ed efficaci, che ci spingono a continuare.

E allora inizia subito a cambiare, sempre ricordando il primo comandamento:

Non puoi cambiare il mondo, ma puoi cambiare te stesso!

Impegnati a fondo e non pretendere di aiutare a cambiare chi non vuole farlo!

Reagire agli eventi fa la differenza.

Ogni giorno assistiamo o siamo protagonisti di eventi che ci sorprendono, cambiano i nostri piani o ci spiazzano.

Alcuni accadimenti, del tutto inaspettati, ci costringono a modificare repentinamente molti aspetti della nostra esistenza.

La nostra reazione è la discriminante.

Ciò che nell’immediato consideriamo un fatto grave, duro da accettare o difficile da perdonare, nasconde necessariamente conseguenze positive, inimmaginabili a priori.

I cambiamenti inaspettati aprono scenari imprevedibili: come li affrontiamo fa davvero la differenza.

Spesso ciò che “a botta calda” sembra impossibile da superare, nel futuro si rivela un’insperata botta di fortuna, perché ci obbliga a uscire da una situazione di stallo, di immobilismo, della quale non eravamo soddisfatti, ma che non avevamo il coraggio di cambiare.

Sono davvero riconoscente a chi in passato mi ha boicottato nel lavoro, o chi ha tradito la mia fiducia: mi hanno costretto a cercare alternative e a trovare nuovi mondi, ai quali da sola non sarei stata capace di arrivare.

Perché perdere tempo?

Non voglio impiegare mesi o anni recriminando, rimuginando o mugugnando da brava genovese su eventi già accaduti.

Imparare a reagire da subito a un mio errore, o a ciò che indipendentemente dalla mia volontà mi ha buttato a terra, è una soddisfazione enorme, alla quale non voglio rinunciare.

Resilienza: questa parola, così di moda ora da essere quasi inflazionata, è per me un’arte da imparare e allenare ogni giorno.

Ma mollare tutto e re-inventarmi non è stato facile, né banale.

Ogni giorno sono piu’ felice e convinta della mia scelta di vivere qui.

Sono grata a mio marito e orgogliosa di come abbiamo lavorato duro per trasformare le nostre vite e renderle “sostenibili” qui.

Come scrivo nel mio libro, il lavoro e’ iniziato un anno prima di partire, organizzando la nostra situazione finanziaria, imparando lo spagnolo, informandoci e studiando attentamente le condizioni del luogo che avevamo scelto come nuova casa.

Spiego come abbiamo saputo aspettare, scegliendo di vivere qui per un lungo periodo prima di lasciare definitivamente i nostri rispettivi impieghi in Italia.

Racconto le piccole e grandi difficoltà che la nostra scelta richiede, quanto questo luogo sia capace di sorprenderci, emozionarci e a volte sfidarci.

Fuerteventura non e’ un’isola per tutti: il suo vento, la sua sabbia e la sua ubicazione nel mezzo dell’Oceano non rendono le cose facili.

Ricominciare da zero, in un territorio nuovo e sconosciuto, senza una reale e precisa pianificazione puo’ rivelarsi un cambio, ma in peggio.

E scrivo che mollare tutto e re-inventarmi non è stato facile, né banale: ho dovuto imparare ad amare la solitudine, a saper gestire l’enorme e prezioso patrimonio di giornate senza impegni, senza doveri. E imparare a farlo senza sentirmi in colpa…

Tutte le cose facili all’inizio sembravano difficili.

Di fronte a un nuovo obiettivo, un nuovo desiderio, una nuova prova da affrontare, è facile avere paura; anzi, è naturale.

La paura consente a molte persone di non commettere errori clamorosi, ma priva altrettanti individui di vivere esperienze indimenticabili.

Paura di sognare

Esistono persone che hanno paura addirittura di sognare una propria differente esistenza: solo pensare e immaginare una diversa e nuova vita, provoca in loro una istantanea censura interna.

Trovare scuse per non cambiare una situazione che a parole si detesta, ma nei fatti si considera accettabile, è un meccanismo di “autodifesa”.

Anche se si dichiara apertamente di voler mollare tutto e ricominciare, l’istinto di sopravvivenza fornirà innumerevoli scuse per procrastinare, posporre o addirittura sabotare un cambiamento radicale.

La sfida è cambiare

Cambiare spaventa perché costringe a uscire da uno spazio nel quale ci si sente al sicuro: facendo le stesse cose, si sa perfettamente cosa ottenere, mentre mettendo in atto nuovi comportamenti, obbligatoriamente si produrranno risultati sconosciuti (almeno all’inizio).

Tutte le cose facili all’inizio sembravano difficili.

Ed è proprio questo il bello.