Una mattina come le altre, e invece no.

Sto scrivendo, in silenzio, e improvvisamente il mio cellulare impazzisce: amici e conoscenti mi chiedono come sto e se i miei cari sono al sicuro.

Controllo le notizie, scopro la tragedia e, a mia volta, inizio a mandare messaggi.

Il primo è per Sabrina, una delle persone per me imprescindibili: registra la sua voce e, attonita incredula,  mi dice che è passata sul Ponte Morandi 10 minuti prima del crollo, con il suo compagno e il loro frugoletto di 5 mesi.

Dieci minuti che mi convertono una miracolata perché posso continuare a vederli, abbracciarli e condividere la mia vita con loro. 

Devo solo a quei 10 minuti se ora piango per persone sconosciute, alle quali penso spesso, come ho in mente i loro amici e familiari, che, improvvisamente quanto ingiustamente, quella mattina hanno perso un pezzo del loro cuore.

E penso a chi, in un attimo e senza nessuna colpa, ha dovuto abbandonare per sempre la propria casa, e ha avuto solo pochi minuti per ammucchiare in valigia una vita di ricordi.

Non esistono parole in grado di alleviare la loro sofferenza: vorrei abbracciarli silenziosamente uno per uno e trasmettergli il mio rispetto per questo dolore.

Vivere sospesi

Chi vive a Genova ha percorso quel ponte migliaia di volte; magari ogni tanto, come me, distrattamente, posava lo sguardo sui tiranti e si sorprendeva per come potessero reggere il vento, la pioggia e il traffico incessante.

Erano pensieri fugaci, che attraversavano la mente solo per pochi istanti: ora diventano incubi frequenti, e si manifestano prepotenti ogni volta che si imbocca un viadotto o un ponte.

E a Genova di ponti, di sopraelevate e passerelle ce ne sono una marea, perché non c’è spazio per costruire strade.

“Ma se che penso me s’astrenze u cheu”

L’ho lasciata 12 anni fa: ero contenta di cambiare aria, di trasferirmi in una città grande, ricca e piena delle opportunità che lei non poteva darmi. Imboccando l’autostrada verso il mio nuovo destino, ancora non sentivo il “dô de cheu” che ho iniziato a provare già pochi giorni dopo essermene andata. E’ una nostalgia, una specie di “saudade” brasiliana, difficile da spiegare ai forèsti, ma che i genovesi conoscono bene.

Eroi autentici e silenziosi

Guardo chi sta lavorando in mezzo a detriti pericolanti, senza sosta ne’ paura, e provo una gratitudine infinita.

Ammiro la capacità, l’onore, la dignità e il coraggio di chi a Genova è abituato in silenzio a farsi in 4 per spazzare il fango ogni volta che piove forte, o dragare il porto dopo un tragico incidente; vedo gli stessi valori ora muovere le mani che lavorano incessantemente, senza protagonismo, per farla risorgere più bella e seducente di prima.

Mi sento impotente, incapace di dire o fare qualcosa di utile: posso solo dichiararle il mio amore, e urlare al mondo che – ora più che mai – è una città meravigliosa, tutta da scoprire e da aiutare a rimettersi in piedi, contribuendo alla sua rinascita andando a visitarla.

E vorrei dirle che ho comprato un volo per raggiungerla presto: davvero non so come aiutarla, ma sento il bisogno di andare ad abbracciarla forte, in silenzio.

 

 

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